La società manifesta un bisogno crescente di mobilità, l’innovazione tecnologica spinge l’acceleratore verso big data e intelligenza artificiale. Che sta succedendo?

È diffusa la percezione che l’evoluzione economica e sociale delle nostre società, e in sintesi della nostra vita quotidiana, sia sempre più modellata dallo sviluppo di “ecosistemi” di valore, in cui il classico rapporto “materia prima-produttore-consumatori” è sempre meno presente, sostituito da una filiera molto più complessa che chiamiamo a volte “ecosistema”. Negli ecosistemi economici gli attori interagiscono a volte come abilitatori, a volte come fornitori; i consumatori non sono più tali in senso stretto, sono veramente “clienti” che agiscono per tutta la vita del prodotto, dalla progettazione al consumo alla promozione. Si pensi come dalla conoscenza dei gusti di potenziali clienti, per esempio attraverso i social network, le aziende progettano; di come certi prodotti diventano sempre più “servizi” (la mobilità è un esempio con i servizi di car sharing…); di come i clienti diventano, attraverso l’amplificazione dei loro giudizi, i migliori testimonial delle aziende stesse. Tutto questo richiede un nuovo livello di valorizzazione dei dati generati da persone, applicazioni, oggetti sempre più connessi, e un nuovo livello di “intelligenza” per saperli analizzare. Chiamiamo Intelligenza Artificiale queste soluzioni, che a tutti gli effetti sono sistemi che non sono “intelligenti” nel senso dell’autonomia di pensiero, ma capaci di dare comprensione a grandi moli di dati. In questo scenario, la connettività e la rete, sempre più performanti in termini di banda, latenza, velocità, affidabilità sono sempre più vitali ed essenziali.

Dunque il quotidiano vissuto dalle persone nella versione tempo di vita e tempo di lavoro si ridisegna in base ai nuovi parametri imposti dalla tecnologia.

Il settore dei media e della comunicazione è forse quello che per primo, dalla metà degli anni 2000, ci ha fatto comprendere la profondità della trasformazione digitale: pensiamo al mondo dei quotidiani, della musica, della TV. Molti altri settori della nostra vita e dell’economia saranno progressivamente impattati; abbiamo provato a sintetizzarli:

–        Automotive e mobilità: si pensi alle valutazioni di aziende come Uber e Lift che stanno trasformando il concetto di automobile; presto l’incrocio di connettività e cloud, e Intelligenza Artificiale permetterà di incrementare molto anche il livello di autonomia dei veicoli.

–        La produzione manifatturiera e industriale è anch’essa in piena trasformazione; la connettività ad alta qualità in fabbrica permetterà una flessibilità di gestione degli impianti fino ad oggi sconosciuta, anche per piccole produzioni; p.es. in Giappone si veda il nuovo impianto della Panasonic a Saga, che riesce a coniugare qualità e produzione quasi artigianale.

Molti altri segmenti, dalla Sanità al Turismo, dalla qualità di vita alle Smart City avranno trasformazioni analoghe.

Cloud, Artificial Intelligence, “always on”, cioè disponibilità sempre al massimo delle potenzialità saranno le basi di queste trasformazione.

C’è chi dice che la tecnologia distrugga più posti di lavoro di quelli che produce. La metropolitana automatizzata ha tolto il posto di lavoro a chi prima la guidava, ma probabilmente ha richiesto l’impiego di qualche ingegnere meccanico e informatico in più per essere progettata. Ma le skills del primo rispetto al secondo sono molto diverse.

Effettivamente molti lavori ripetitivi, non solo manuali ma anche intellettuali, persino parte del lavoro di professionisti come medici, avvocati, giornalisti, impiegati amministrativi potranno essere sostituiti da “software”, che potremmo chiamare robot. C’è tuttavia un messaggio di speranza: secondo il recente reportThe Future of Work 2018del World Economic Forum, comunque l’AI creerà 133 milioni di posti di lavoro e ne distruggerà 75 milioni da qui al 2025.

La cosa che però sembra sicura è che saranno necessarie nuove skills in particolare nella capacità di interagire, lavorare, analizzare il mondo dei dati. L’AI che stiamo incominciando a usare ha bisogno di dati, ma anche di chi sa interpretarli: secondo Gartner il 50% delle aziende non ha competenze didata literacy” sufficienti a cogliere i vantaggi dei Big Data e dell’AI stessa.

A quali cambiamenti nelle persone e nelle istituzioni porterà l’utilizzo costante delle interfacce delle nuove tecnologie?

Gli ultimi 10 anni di sviluppo delle tecnologie ci hanno portato alla tecnologia del touch e dell’ibrido tra i dati che stanno sui nostri device e quelli che stanno in cloud: pensiamo alle nostre foto sullo smartphone ma anche alla pagina sui social.

La prossima ondata di tecnologia ci darà da un lato nuove interfacce uomo-macchina, non più basate solo sul display e sul touch, ma immersive, basate sui comandi vocali, capaci di distinguere sentimenti ed emozioni degli interlocutori dalle espressioni del viso e della voce, ma anche estremamente potenti per molte attività della nostra vita quotidiana: per esempio, la realtà virtuale cambierà completamente il modo con cui un medico magari da km di distanza ci visiterà o interagirà con noi. 

La fiducia e l’etica tra le persone e le organizzazioni avrà un impatto determinante dall’uso delle tecnologie digitali. Come?

Gli attuali sistemi AI non sono sistemi “pensanti”, per quanto ci colpiscano per le loro capacità, ma sistemi “statistici” sia pur molto più sofisticati di quelli che riuscivamo a sviluppare alcuni anni fa: il risultato degli stessi dipende strettamente dalla “obiettività” dei grandi volumi di dati con cui sono “addestrati” gli algoritmi stessi.  Per esempio, addestrare un sistema medico di AI che valuta un nuovo farmaco con i dati di uomini rispetto a uomini e donne, può portare a farmaci più efficaci per un genere rispetto a un altro. Questo è un esempio semplice e comprensibile, ma spesso non abbiamo i dati così evidenti in input e non sappiamo valutarli facilmente. L’Unione Europea ha recentemente pubblicato un insieme di linee etiche per l’utilizzo dell’AI, che definisce due pilastri: l’AI deve avere uno scopo “etico” cioè mettere lo sviluppo dell’essere umano al centro e deve essere tecnicamente solida e affidabile in particolare nel rispetto della privacy, secondo cinque “leggi”: Beneficenza (definita come “fare del bene; Non-maleficenza (definita come “non nuocere”); Autonomia (definita come “rispetto dell’autodeterminazione e scelta delle persone”); Giustizia (definita come “essere equo”) e infine Trasparenza (definita come “operare in maniera trasparente”).

Chi detiene l’intelligenza sottostante le nuove tecnologie è destinato a ridisegnare la mappa geopolitica del potere?

Vladimir Putin ha detto già nel 2017 “le nazioni che guideranno l’AI guideranno il mondo”, e la lotta tra USA e Cina per il predominio nella tecnologia 5G, che all’AI è strettamente collegata, rappresenta bene la posta in gioco. Quanto la tecnologia definisca il potere e la società è studiato da lungo tempo, dalle analisi discussioni su Téchne e Praxis di Platone e Aristotele, alle recenti analisi di futuri “ibridi” tra uomo e macchina come quelli ipotizzati dal Santa Fe Institute o divulgate da saggi come quello di Harari.

Ma guardando vicino a noi, sappiamo quanto l’evoluzione tecnologica degli ultimi 200 anni con la rivoluzione industriale ha cambiato il mondo e la geopolitica e possiamo intuire quale evoluzione accelerata ci aspetta.

I latini traducevano la parola greca “téchne” con il termine “Ars”, la radice etimologica di Arte e Armonia … ci sarà sempre spazio per il pensiero umano e la sintesi di “bello” e “buono” che gli esseri umani sanno intuire.

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