I servizi cloud rappresentano il vertice evolutivo di un lungo processo che ha visto procedere congiuntamente lo sviluppo tecnologico e di nuovi modelli di business. Nonostante l’idea di un modello di computer utility risalga agli anni 60, si è dovuto attendere fino ai primi anni 2000 per accedere via internet ad applicazioni e risorse di calcolo in base a un modello di servizio.

Da allora i modelli si sono diversificati dando origine a una terminologia condivisa che suddivide macroscopicamente tra public cloud, private cloud, hybrid cloud e multicloud.

Gli elementi che definiscono le molteplici varianti dei servizi cloud sono essenzialmente riconducibili a quattro variabili principali riguardanti: le modalità di condivisione delle risorse, chi ne detiene la gestione o il controllo, cosa è possibile condividere e in che modo avviene la loro integrazione e orchestrazione.

 

I servizi cloud: un mercato in costante crescita

 

Oggi i servizi cloud sono una realtà che a livello globale muove un mercato che, secondo Gartner, nel 2018 valeva 120 miliardi di dollari (Gartner, settembre 2018. Dati relativi a segmenti di mercato SaaS, PaaS e IaaS) ma, soprattutto, in crescita con un tasso annuo del 26%.

In Italia, secondo l’Osservatorio cloud transformation, nel 2018 il mercato cloud valeva 2,34 miliardi di Euro, in crescita del 19% rispetto al valore di consuntivo del 2017, pari a 1,97 miliardi di euro.

Un dato che non sorprende, considerando che una recente ricerca dell’Osservatorio, condotta su 142 CIO e responsabili IT, ha evidenziato come il cloud sia considerato da tre aziende su quattro un elemento chiave per introdurre innovazioni in azienda, altrimenti troppo onerose per tempi, costi e competenze. In particolare, per il 74% delle aziende il cloud favorisce l’agilità aziendale, per il 57% è un abilitatore del processo di trasformazione, mentre il 59% dei rispondenti lo considera un alleato dell’IT per riuscire a rispondere meglio alle esigenze del business.

Anche gran parte delle PMI italiane (74%) riconosce nei servizi cloud il ruolo di tecnologia abilitante per introdurre innovazione digitale in azienda.

 

L’impatto del public cloud sul sistema informativo

 

Il public cloud è la forma “originaria” di cloud e oggi si presenta in un’ampia varietà di servizi che comprendono Cloud Application Services (SaaS), Cloud Application Infrastructure Services (PaaS), Cloud System Infrastructure Services (IaaS).

Tra queste opzioni, sempre secondo l’Osservatorio cloud transformation, la componente più consolidata all’interno del sistema informativo aziendale è oggi il SaaS (utilizzato dal 60% del campione), seguito dallo IaaS (45%) e infine dal PaaS (31%).

Nel modello di cloud pubblico “puro”, un service provider possiede e gestisce tutto l’hardware, il software e l’infrastruttura di supporto necessari per erogare i servizi. L’utente di un public cloud accede ai servizi via internet e gestisce il proprio account tramite un browser web, condividendo con altri utenti (o “tenant”) i medesimi hardware, software, infrastruttura storage e dispositivi di rete.

Questo modello offre vantaggi in termini di semplicità di adozione e flessibilità.

La complessità tecnologica, la componente di manutenzione, l’aggiornamento, la conformità normativa e la sicurezza sono delegate al fornitore di servizi. I costi sono tipicamente basati su modelli on-demand/pay as you grow, consentendo all’azienda di effettuare uno spostamento dei costi da spese in conto capitale (Capex) a spese operative (Opex), evitando così investimenti che non siano associati ad attività che ne possano garantire il ritorno economico.

Oltre a favorire un modello orientato ai servizi, l’adozione del public cloud sta avendo un profondo impatto sull’evoluzione architetturale del portafoglio applicativo, che segue sempre più paradigmi “cloud native”: per esempio, indirizzandosi verso architetture basate sui microservizi, che sfruttano la composizione di singoli servizi applicativi in cloud e on-premise, per ottenere un elevato livello di flessibilità.

Sebbene a oggi la percentuale di applicazioni native per il cloud, rispetto all’intero parco applicativo aziendale, sia ancora limitata, il 79% delle aziende coinvolte nella ricerca dell’Osservatorio cloud transformation dichiara di fare uso di questa tipologia di soluzioni.

Gli aspetti più critici del cloud pubblico sono legati al minore controllo da parte dell’utente, alla limitata capacità di personalizzazione, nonché a una gestione meno granulare del servizio e dei costi associati.

Inoltre, l’utente perde visibilità sulla collocazione fisica dei propri dati e non ha controllo diretto sui livelli di sicurezza e affidabilità dei sistemi utilizzati dal fornitore di servizi cloud, trasferendo queste esigenze a un Service Level Agreement sottoscritto con il fornitore.

 

Private cloud per avere più libertà di personalizzazione

 

In un cloud privato i servizi e le infrastrutture sono sempre mantenute su una rete privata e le risorse hardware e software sono dedicate esclusivamente a una singola azienda.

Nel modello private cloud, le risorse, i dati e le applicazioni possono essere collocati su sistemi interni al data center aziendale (private hosted), oppure mantenute da un fornitore di servizi esterno.

Un cloud privato mantiene caratteristiche di elevata scalabilità, consente all’azienda di personalizzare il proprio ambiente in base alle specifiche esigenze e di avere un maggiore controllo sui propri asset.

Il termine “private” indica che la piattaforma cloud non è condivisa tra più soggetti e non ha, invece, una specifica connotazione in termini di maggiore sicurezza. Tuttavia, la possibilità di personalizzare il livello di protezione rende questa una percezione diffusa.

Questo modello è spesso preferito da chi, come le organizzazioni bancarie e finanziarie, ha elevate richieste di sicurezza e controllo, sia per politiche interne, sia per esigenze di conformità normativa.

Il 50% delle aziende coinvolte nella ricerca dell’Osservatorio cloud transformation dichiara di utilizzare soluzioni di Hosted e Virtual private cloud, con una crescita del 14% che alimenta in Italia un mercato da 593 milioni di euro. Le aziende si indirizzano verso queste soluzioni per conseguire un maggiore livello di personalizzazione e ottenere maggiore isolamento.

Contestualmente all’avvio di percorsi di migrazione dei carichi di lavoro sul cloud, una percentuale significativa di aziende sta investendo in soluzioni volte alla modernizzazione dei propri data center on-premise.

 

Hybrid e Multi Cloud

 

Il modello ibrido si sviluppa con l’obiettivo di sfruttare congiuntamente i vantaggi offerti dal public cloud e dal private cloud.

Questo modello combina infrastrutture on-premise con cloud pubblici, consentendo di spostare dati e applicazioni tra le due tipologie di cloud.

In questo modo l’azienda ha la flessibilità di poter utilizzare il modello cloud più appropriato in relazione al tipo di esigenza e al costo associato. Per esempio, è possibile mantenere le risorse business critical su un’infrastruttura privata e utilizzare il cloud pubblico per servizi con un elevato carico di utenti (web email) o con minori requisiti di sicurezza.

L’ultima frontiera, perlomeno dal punto di vista cronologico, dell’evoluzione del modello cloud è il multicloud. Così come hybrid cloud punta a sfruttare il meglio dei due modelli pubblico e privato, il multicloud punta a consentire all’utente di sfruttare il “best of breed” dell’offerta cloud, combinando servizi cloud pubblici o privati offerti da più fornitori.

Hybrid e multicloud, (indicati dall’83% delle fonti analizzate dall’Osservatorio) rappresentano l’evoluzione verso un ecosistema IT non solo ibrido tra la nuvola e i sistemi on-premise, ma che si avvale anche di cloud pubblici di differenti fornitori, estendendo ulteriormente il livello di flessibilità per conseguire i migliori livelli di servizio, sicurezza, prestazioni, flessibilità e costo, nonché una riduzione del rischio di lock-in con il fornitore.

 

Verso l’orchestrazione di cloud ibrido e multicloud

 

L’affermazione di cloud ibrido e multicloud come modello di erogazione per gli asset tecnologici aziendali è una conseguenza della presa di coscienza che le soluzioni “one-size-fits-all” non sono più sufficienti per rispondere alle specifiche e variegate esigenze di business delle imprese.

Il prossimo traguardo da raggiungere per aumentare ulteriormente l’agilità dei sistemi informativi è l’utilizzo di modelli di orchestrazione tra hybrid e multicloud.

Un approccio che significa superare la connessione statica di servizi infrastrutturali e applicativi con una logica di maggior dinamismo e flessibilità.

Questo passaggio determinerà anche un ripensamento dell’organizzazione aziendale, con un impatto pervasivo per il business e gli stakeholder coinvolti e, probabilmente, anche con l’inserimento di nuove competenze, professionalità e modelli di governo delle competenze cloud in azienda.

infografica Housing vs Hosting