La business continuity è una tra le più importanti caratteristiche che il cloud mette a disposizione del business: la possibilità di garantire un livello di disponibilità difficilmente conseguibile con un’infrastruttura interna.

Le ragioni risiedono nel carattere intrinseco di business continuity che caratterizza l’infrastruttura di un cloud service provider, che nasce per garantire il massimo livello possibile di disponibilità (anche superiore al 99,99%) e, invece, non si stratifica o costruisce nel tempo.

Anche la predisposizione delle condizioni, dei processi e dell’aggiornamento tecnologico funzionali al mantenimento della business continuity avvengono in tempo reale senza risentire di possibili ritardi o procrastinazioni legati a decisioni di business o di budget come può avvenire all’interno di un’azienda.

In altri termini, la business continuity, in un ambiente cloud, è sempre garantita perché non è una condizione a supporto del business, ma è parte essa stessa del business.

 

I costi del downtime

 

Le regole del business moderno determinano costi elevatissimi in caso di downtime. Tra le fonti più autorevoli che si sono cimentate nella stima di questi costi citiamo Gartner, che ha valutato che il costo per i tempi di inattività delle applicazioni Web possa arrivare fino a 300mila dollari all’ora.

Per alcune tipologie di azienda, che dipendono strettamente dalla capacità dei data center di fornire servizi IT e di rete ai propri clienti, come Telco service provider o aziende di e-commerce, alcuni analisti stimano che un singolo evento di fermo possa avere un impatto economico superiore a 11mila dollari al minuto.

Sono costi le cui ripercussioni interessano molteplici aspetti che spaziano dalla perdita di fatturato, alla soddisfazione e fidelizzazione dei clienti, fino alla “brand reputation”.

Diverse fonti suggeriscono un semplice modo per calcolare le potenziali perdite associate a un downtime: il rapporto tra il fatturato annuo e le ore annue totali lavorate, moltiplicato per il numero di ore di downtime e per un valore di impatto percentuale. Più le applicazioni sono critiche più questa percentuale di impatto aumenta.

 

Il cloud anche per le applicazioni business critical

 

Le applicazioni business critical alimentano gli investimenti infrastrutturali più significativi da parte delle aziende. Sfortunatamente, questi investimenti non sempre danno i risultati attesi e questo è dimostrato dal fatto che le organizzazioni IT si trovano costantemente a dover a gestire problemi legati all’inattività di sistemi hardware, software e database, con orizzonti temporali che variano da pochi minuti ad alcuni giorni, con evidenti ripercussioni per il business.

Mano a mano che il cloud diventa un modello standard cresce la volontà di favorire la migrazione di ogni tipo di applicazioni, incluse quelle critiche.

Per i cloud service provider questo è un modo di intercettare investimenti delle aziende e per le aziende di garantire un maggiore livello di disponibilità applicativa.

Queste esigenze convergenti hanno portato allo sviluppo di molteplici servizi cloud che si appoggiano sulle caratteristiche infrastrutturali ad alta disponibilità dei data center per offrire ulteriori opzioni che vanno nella direzione di garantire la continuità del business.

 

La business continuity offerta dal cloud

 

Nel cloud la continuità del servizio viene garantita da data center in cui i componenti infrastrutturali e di rete sono ridondati e replicati in modo sincrono. In caso di guasto l’infrastruttura è già predisposta per intervenire in modo efficace e immediato ma, soprattutto, trasparente per l’esperienza dell’utente finale.

A ciò si affiancano altri strumenti come, per esempio, apparati pensati per prevenire possibili attacchi DoS e Load balancer che mantengono costante il livello prestazionale e funzionale anche in presenza di picchi temporanei dei carichi di lavoro.

Altrettanto importanti sono i servizi di backup e restore. Non a caso, praticamente ogni indagine recente mostra che i servizi di backup secondario e di disaster recovery sono tra i principali driver che muovono le aziende verso il cloud.

Sono, infatti, sempre più i cloud service provider che mettono a disposizione sofisticati framework che permettono la pianificazione del piano di disaster recovery in base allo specifico modello dei processi di business di un’azienda e alle sue criticità associate alla continuità operativa.

 

Ridondanza tra data center

 

I cloud service provider di livello più avanzato elevano ulteriormente il paradigma di ridondanza, prevedendolo non solo all’interno di un data center ma tra data center. Sfruttando una rete di data center, la continuità del servizio è garantita anche nel caso in cui un problema dovesse coinvolgere un intero data center: per esempio in caso di gravi disastri naturali o attacchi terroristici.

In Italia, un esempio di questo tipo è fornito da TIM Business, che ha predisposto una virtual data center network (VDCN) che collega tra loro i sei data center di Rozzano, Cesano Maderno, Padova, Bologna, Pomezia, Acilia. Questo consente a TIM Business di spostare risorse o capacità di elaborazione in tempo reale garantendo, non solo la piena continuità del business, ma anche un livello di scalabilità per le aziende clienti virtualmente illimitato.

A ciò si affianca una strategia di recovery in grado di garantire un rapido ripristino dei processi di business sulla base degli indicatori RTO (Recovery Time Objective) e RPO (Recovery Point Objective) forniti da ogni specifica azienda.

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